ItaliaOggi
Numero 262 pag. 5 del 4/11/2009
I democratici dalemiani aspirano a rimanere soli
Di Diego Gabutti
Rutelli se ne va? Poco male. Cacciari se ne va anche lui? Ne faremo a meno
Sono convinti, da bravi ex marxistileninisti, che epurandosi, un partito si rafforza
Un giorno Francesco Rutelli, il giorno dopo Massimo Cacciari, dal partito democratico se ne stanno andando tutti i moderati.
Rutelli, con le sue belle maniere da eterno ragazzo di buona famiglia, ha denunciato la deriva socialdemocratica della leadership democratica, che lui cattolico non può che disapprovare. Cacciari, più ruspante e più sincero, ha parlato invece di deriva socialdalemiana del partito. «'Sta frittata qui, un centrosinistra da prima repubblica», ha borbottato il filosofo della Krisis, nonché sindaco di Venezia, parlando col Corriere della sera, «non è altro che il vecchio disegno di D'Alema».
Non piacciono ai moderati, e tanto meno ai neocentristi, che secondo Renato Mannheimer sono il venti per cento dell'elettorato democratico, né Massimo D'Alema, né il suo Vecchio Disegno (tutti contro Berlusconi, o chiunque governi, e che Dio ci assista, specie dopo, quando e se governeremo noi).
Sospettosi, i democratici moderati (compresi quelli un po' sui generis, come lo stesso Cacciari) temono che l'ex ministro degli esteri italiano, e forse futuro ministro degli esteri dell'Unione europea, stia preparando la solita catastrofe politica: un'alleanza che non sta in piedi, insomma di nuovo «'sta frittata qui». C'è infatti qualcosa dell'azzardo, del tiro di dadi, nel proclamato realismo dei dalemiani. Vogliono giocare e vincere a tutti i costi, come giocatori compulsivi, e può darsi, come riconosce anche Cacciari con insolito ottimismo, che con la loro eterna e immutabile strategia frontista riescano a sbalzare, una volta o l'altra, il Cavaliere dal suo destriero.
Un moderato, soprattutto sui generis, ci potrebbe anche stare. Prima o poi, anche il più fanatico e disgraziato dei giocatori d'azzardo, azzecca un numero vincente. Ma è faticoso avere a che fare col partito pesante dalemianbersaniano. Dolgono le ossa soltanto a guardarli, questi dalemiani al lavoro. Coltivano un'idea di confronto elettorale e politico da mischia di rugby: l'avversario schizza verso la meta a testa bassa e col pallone ovale sotto il braccio e allora tutti addosso a lui per placcarlo e atterrarlo: giornalisti, magistrati, politici di sinistra, di centro, ultrasinistri (e persino i destri, compresi quelli radicali, se ci stanno).
Che questo piaccia poco ai moderati e ai centristi del partito lascia indifferenti D'Alema e tutta l'attuale leadership democratica (lasciava indifferente, del resto, anche Dario Franceschini). Rutelli se ne va? Poco male; altri prenderanno il suo posto. Se ne va anche Cacciari? Ne faremo a meno; siamo più filosofi di lui, e anche noi tifiamo, se non per la Krisis in senso filosofico, Nietzsche e Wittgenstein e tutta quella roba lì, almeno per la crisi economica, che speriamo mandi a casa Berlusconi (se poi, per mandare a casa Berlusconi, dovesse andare in malora il mondo, bè, pazienza, per fare «'ste frittate» si devono pur rompere le uova).
Walter Veltroni e Romano Prodi, quando Bersani o D'Alema li chiamano al telefono, fingono di non essere in casa? E che sarà mai: facce vecchie, superate... la vera novità siamo noi, magari un po' stropicciati, qui un dolorino, là un accenno (e spesso più che un accenno) di senilità, ma nuovi.
Convinti, da bravi ex marxistileninisti, che «epurandosi un partito si rafforzi», i democratici dalemiani aspirano a restare soli. Anzi peggio che soli visto che sono male accompagnati da Tonino Di Pietro e Nichi Vendola.
Rimangono nel partito, ad animare serate televisive sempre più strepitanti e romanzesche, le figure di secondo e terzo piano che affollano i talk show gonfiando il petto per denunciare i disegni autoritari del centrodestra, a cominciare dalla congiura del premier contro Piero Marrazzo. Restano i puri e i duri, se possiamo definire così Ignazio Marino, Rosy Bindi e Piero Fassino, leader improbabili di un partito da non credere.